Porta Palazzo, cuore dell’antica Torino, con il frastuono e il vociare colorito del celebre mercato, con alle spalle il Balôn definito il “magazzino d’infinita povertà”, è il pittoresco scenario che fa da cornice ai primi passi del piccolo Luigi, nato in questo rione popolare il 20 dicembre 1884 da Carlo, di mestiere meccanico, e da Rosa Altavilla.
A tre anni resta orfano del padre; tutto farebbe supporre una vita orientata al commercio in aiuto alla madre, ma il ragazzo ben presto si mostra irrequieto verso il patrigno. Con tante idee in testa insegue i suoi sogni. Tenta una prima scappatella a 12 anni, e si reca a piedi fino a Genova per imbarcarsi, ma desiste e torna a casa.
A quindici anni, terminate le scuole tecniche e la scuola di scultura Archimede, scappa a Parigi da uno zio emigrato, e qui, per inseguire la sua inclinazione artistica, lavora presso il cesellatore Stiewnard che gli apre le porte per lavori più importanti presso i primi orefici parigini. Con quel che riesce a guadagnare, modella sculture per conto suo e frequenta l’Istituto di Belle Arti Boullè (disegno, pittura, scultura).
Nel 1905 torna a Torino e lavora con Edoardo Rubino, si ambienta nella capitale subalpina facendo amicizia e frequentando gli atelier degli artisti del tempo.
Una sera durante una festa al Circolo degli orefici incontra Lina (Orsola Bertotti), una sarta nativa di Vinovo che sposerà il 6 settembre 1909.
Ha l’onore di eseguire un ritratto al professor Gitti, maestro di Valletta, che lo pone in risalto nella società torinese.
Nel 1912, sempre a Torino, l’Itala Film produce il celebre colossal “Cabiria”, scritto da Giovanni Pastrone, con supervisione di Gabriele d’Annunzio: Aghemo collabora ai monumentali scenari in cartapesta di Cartagine con “un’accuratezza di particolari davvero ragguardevole”. Il film muto verrà proiettato alla vigilia della grande guerra.
I ritagli dei giornali torinesi del 1917, ’18, ’19 ci segnalano la presenza di sue opere al Circolo degli Artisti di via Bogino. Un studio di testa esposto nel 1920 alla Promotrice al Valentino, fa scrivere ai critici che l’opera “conferma in lui qualità degne di nota”.
Nel monumento ai caduti di Robbio Lomellina, eseguito nel 1921, sono presenti quei motivi cari al gusto liberty: gli dobbiamo riconoscere sobrietà nella composizione, dignità di sentimento nel naturale vigore anatomico e nella felice modulazione dei personaggi.
Diversa la composizione del monumento ai Caduti di Santiago del Cile: particolarmente sofferto l’atteggiamento umano e lacerato del soldato morente. D’impostazione aulica, ma modellata con freschezza e grazia l’“Alere flammam” per la Michelin di Torino inaugurata nel ’24.
Nelle cronache d’arte cimiteriale del 1926 il critico Emilio Zanzi fa “speciale menzione” al gruppo marmoreo con il dolore, la fede e la rassegnazione, reso con intenso valore chiaroscurale. Lo stesso critico gli dedica più righe un mese dopo, lieto perché il “giovane, umile ma bravo scultore s’è deciso a esporre una quindicina tra piccoli bronzi e macchiette in gesso, assai nobili prove di una lenta e coscienziosa carriera di lavoratore instancabile e incontentabile”, e cita una “vivace e signorile figura di bambino e un bellissimo cesello a sbalzo, in acciaio di Giuseppe Giacosa, alcune figurette muliebri dove in queste ultime specialmente l’artista aspira nella ricerca delle finezze e finitezze plastiche a dare ad ogni suo lavoro il carattere aristocratico”.
In questi anni sono diverse le opere ragguardevoli per il Cimitero torinese: così nel 1927 la figura in bronzo di donna “d’un sentimento delicato e raccolto”, uno dei sei medaglioni in bronzo eseguiti per il Municipio di Torino con Giacomasso, Terracini ed altri scultori di fama, e nel 1931 un bel crocifisso segnalato da Zanzi sulla “Gazzetta del Popolo”.
Intorno agli anni trenta l’artista è affascinato dalle cave di marmo di Perrero, Maiera – Rocca Bianca (m 2379). Sulla dorsale si affacciano potenti banche di calcare cristallino che dal fondo valle si distinguono per il loro candore. È da qui che i cavatori del ’700, su ordinazioni dei massimi architetti barocchi piemontesi, ivi compresi lo Juvarra, trassero il materiale grezzo che gli scultori tradussero, ad esempio, per le statue e l’attico di Palazzo Madama a Torino, per quelle dei Principi Sabaudi nella Cappella della Sindone.
Aghemo ne estre il marmo, condivide la dura fatica degli operai, ma economicamente non fa grandi affari, anzi è un’esperienza poco felice.
Il 12 maggio a Torino viene solennemente inaugurata la sua statua monumentale di Santa Rita, tutta in lastra di argento purificato al 900. Vi si impiegarono duecento chili del metallo prezioso offerto dai devoti della “santa dell’impossibile”. Vari chili d’oro e una piccola pioggia di diamanti rappresenteranno invece, anni più tardi, le mille spogliazioni per l’Ostensorio di Santa Maria dei Sacramenti.
Aghemo si sente attratto ancora da Parigi: fa un viaggio nel ’36 e vi ritorna nel 1939 con la moglie, allestendo uno studio in Rue de Dames: uno studio a pieni vetri al cento di un cortile ove si alternano commissioni italiane e francesi. Vive della vita parigina, anche se non partecipa intensamente, e incontra Picasso e Boldini.
Fa ritorno a Torino da dove non potrà ripartire perché è nuovamente la guerra. Questa volta Aghemo (che anni prima l’aveva scampata per merito della sua non notevole altezza…) viene chiamato alle armi, ma per poco, infatti con quel fare burlesco, che sempre gli ha fatto buona compagnia, si presenta con una divisa (non di stretta misura…) che fa esclamare al generale: “Cos’è quel coso?”. Per un’altra volta scampa alla naia. La guerra però gli fa perdere tutte le opere che aveva lasciato nello studio parigino.
Una relazione critica del ’41 su una mostra provinciale d’arte a Torino cita, e si dilunga in commenti, una “testa di giovinetta dell’Aghemo” come “opera virilmente di getto” e avanza riserve (“qualche maggior ritocco, rifinitura potevano migliorarla”), nella quale “palpitava l’ardente riflessivo spirito della gioventù mussoliniana”. Anche se il critico fa quelle riserve, che sono di tutto vantaggio per il maestro (la testa in oggetto infatti è di una poesia squisita, lontana dai freddi, statici e vuoti canoni celebrativi dell’arte retorica del ventennio), riconosce nell’opera di Aghemo “una testa non certo modellata per seguire una qualche corrente, o moda, ma in piena disinteressata indipendenza d’intenti e di mezzi, e quindi opera di una purissima sincerità”.
Il 1947 segna l’incontro di Aghemo con Pinerolo per un’opera commissionatagli dal vescovo Binaschi: il calice votivo per il Santuario della Madonna delle Grazie dove vi infonde tutta la sua abilità di cesellatore. È un’opera che vuol racchiudere i pianti della guerra e le speranze dei pinerolesi mescolati al sangue e alla risurrezione di Cristo. L’anno seguente, in occasione del bicentenario della Diocesi di Pinerolo, realizza una pisside per la cattredrale di San Donato, cesellata a sbalzo che richiama la cupola di San Pietro e che è ora conservata presso il Museo della Diocesi di Pinerolo.
L’anno dopo partecipa sempre a Pinerolo alla Mostra d’arte sacra, e nel 1950 alla Promotrice torinese con “un espressivo e bronzeo ritrattino del Barone Ottavio Mazzonis con pennello e tavolozza”.
Alla scultura in marmo e in bronzo alterna il lavoro di cesello: calici, ostensori, pissidi, gioielli. Su una rivista specializzata del 1950 trovo pubblicato un ampio ritratto di Aghemo orafo, “artista silenzioso” che ha il pregio del documento per conoscere l’ambiente del suo lavoro in quegli anni. “A Torino – viene narrato – fu per una fuga di cortili e scalette che potemmo rintracciare il nido segreto dove Luigi Aghemo vive, soffre e crea. Solito disordine d’artisti, ma meno caotico di quel che immaginavamo: silenzio, silenzio claustrale. Un uomo piccolino, sorridente, gentile, senza pretese, ma indubbiamente dotato di una grande anima, che vedemmo maggiormente estrinsecata nelle varie espressioni d’arte sparse nel suo studio”.
Nello studio doveva già essere pronto l’abbozzo della Pietà per la tomba Corda-Nicolini-Ghisio, terminata nel ’51, di impianto piramidale michelangiolesco (ricorda quella vaticana) ma con il volto della Madre nella dignità di intensa espressione dolorosa.
Presente sia nel ’51 che nel ’52 alla Promotrice, segnalo di quest’ultimo periodo, il bel nudo femminile per la tomba Cerutti Sola al cimitero torinese, dallo scultore denominato “L’anima”.
Intanto nel settembre del ’51 Aghemo, eseguito un ritratto al cav. Uff. Giovanni Tosel, viene per assistere allo scoprimento del busto nella Casa di Riposo Jacopo Bernardi. Paolo Tosel ricorda su L’Eco del Chisone che l’artista “fu conquistato dalla serenità che regnava in quell’ameno colle” e che “in quell’occasione accarezzò il pensiero di venircisi a stabilire”, ciò che effettivamente fece appena liberatosi dagli impegni di Torino.
A Pinerolo si stabilisce con la consorte nel pensionato della Jacopo Bernardi, all’ultimo piano del vecchio convento di Santa Chiara. Si attrezza uno studio che diverrà anche una fervorosa scuola d’arte completa: pittura, scultura, cesello.
In questo studio nascono numerosi ritratti di pinerolesi: bimbi, signore, personalità della cultura e della religione.
Sulla soglia dei settant’anni, nel marzo del ’56, muore la moglie Lina. Aghemo si riprende buttandosi con entusiasmo a lavorare per nuove opere in un nuovo laboratorio all’inizio di via Principi d’Acaja e poi nel nuovo studio, all’ultimo piano dell’“aulico palazzo” (così lo chiamerà spesso il critico e giornalista Paolo Tosel) di via Silvio Pellico, in casa Dotti.
Nel 1958 nascono dalle sue mani due bei monumenti per le tombe di Carello e Borgarello di Torino i cui titoli attribuiti, “La tempesta sedata” e “I naufraghi”, non sono che la trasposizione scultorea degli apostoli imploranti Cristo sul lago impetuoso di Tiberiade. Tra i due, quello per Borgarello ha una maggiore vigoria pratica e una più originale imposizione: l’albero della barca naufraga taglia diagonalmente la scena, da una parte i gesti e i volti imploranti degli apostoli sovrastati da una vela squarciata, dall’altra il Cristo virilmente sereno e pacato, con il braccio teso, intento a placare le acque.
Nel 1959 è pronto per Pinerolo il bozzetto in bronzo per il monumento alla Maschera di Ferro, il misterioso personaggio che soggiornò nelle segrete della cittadella di Pinerolo in quanto prigione di stato francese durante la dominazione di Luigi XIV. Purtroppo le scarse finanze del comune di Pinerolo non permisero la realizzazione del monumento definitivo e sul piazzale di San Maurizio è esposto quindi il bozzetto. Il personaggio della Maschera di Ferro si staglia su un bassorilievo raffigurante la perduta cittadella e il famoso castello.
Nel 1959 realizza anche un grandioso bassorilievo per il Santuario di Monte Stella di Ivrea. La madre col Bambino campeggia al centro in atteggiamento dolcemente materno. In movimento verso la Vergine i pellegrini oranti col Vescovo.
Nel 1960 realizza le tombe di Pedussia e Giustetto a Pinerolo e un pregevole Crocifisso, alto un metro e ottanta, per l’altare maggiore del Priorato di Torre Pellice.
Nel 1961, centenario dell’Unità d’Italia, Pinerolo ha un nuovo monumento. Un comitato ne affida l’esecuzione al nostro scultore che lo traduce nel bronzo rappresentando un cavalleggero con la spada sguainata, pronto al “caricat”, in sella ad una energica figura di cavallo. L’opera è un omaggio ai moti di Santarosa del 1821 ed a Pinerolo, che ha un ruolo importante in questa pagina della storia risorgimentale italiana.
La patria renderà omaggio allo scultore nel maggio del ’62: il Presidente della Repubblica Gronchi gli conferisce l’onoreficenza di cavaliere per i suoi meriti artistici.
La fiamma arde, Aghemo non si sente affatto vecchio nonostante s’avvicini agli ottanta: idea il monumento ai marinai pinerolesi caduti, progetta un monumento al cavallo con fontana, esegue ritratti, medaglioni, bassorilievi, un bozzetto di don Bosco per Monte Oliveto, realizza il monumento ai caduti di Arvier in Val d’Aosta, un fante a pied’arm con fucile.
Celebrano nel 1964 gli ottantanni dell’artista la Pro Pinerolo e la Famija Pineroleisa con una esposizione delle sue opere alla Galleria Rege-Santiano.
L’arco di tempo che lo porta alla soglia dei novantanni, si svolge nella continua operosità e dimanica di uomo e artista fecondo. Sono di questo periodo i busti di W. Johnson e B. Maybeck per il californiano Museo "Palace of Fine Arts" di San Francisco e quello del senatore Giovanni Agnelli in piazza del Municipio di Villar Perosa.
Nel 1974 gli viene conferito il “Premio Pinarolium 1973” dal comune di Pinerolo e viene allestita nelle sale della Pro Pinerolo una sua antologica.
Nel 1974 modella (e ne autentica con la firma i 99 multipli) il medaglione per il Convegno internazionale “La Maschera di Ferro e il suo tempo”, prezioso ed estremo omaggio di un artista alla città di adozione.
Muore la mattina del 19 settembre 1976.
Testo tratto da “I quaderni della Collezione Civica d’Arte - Pinerolo, n.9
Foto: archivio Graziella Dotti - Rocco Furfaro












2018/7/14 23:45:33