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Mario Marchiando Pacchiola: «Potrebbe essere scontato parlare di poesia sulla poesia del fiore, o a fare della poesia sulla bellezza del fiore e, nel nostro caso, della pittura del fiore di Graziella Dotti.
Potremmo andare per simboli o per metafore e scoprire gli arcani significati del colore e del profumo.
Eppure quante volte abbiamo lasciato al linguaggio di un fiore un pensiero difficile da esprimere con le parole!
“Ditelo con i fiori” ci suggerisce il commerciante: è un biglietto da visita per tutte le occasioni della vita; e Don Josè alla sua Carmen rassicurava: ”Il fior che tu mi hai donato nel  mio cuor io l’ho serbato…” (Bizet).
Arie popolari e stornelli… “fiorellin del prato, messagger d’amore…” “Fiorin Fiorello l’amore è bello vicino a te…”. Il fiore entra nel quotidiano e nel costume: “È bianco”, dice una vecchia poesia imparata all’asilo nei teneri anni… “bianco giglio simbolo del candore, simbolo dell’amore…”, da Sanremo una canzonetta che ha fatto epoca, sembra far da contrappunto “…son rose rosse e parlano d’amor. Grazie dei fior”.
E la “pansè” trovata nel vecchio libro di latino di “Signorinella pallida…”? E i “paperi alti alti in un campo di grano che dirvi non so…”? E la margherita sfogliata negli anni adolescenziali dai tanti “m’ama, non m’ama…”? E la mimosa che da qualche tempo è divenuta simbolo dell’emancipazione della donna?
Ci sono pagine e pagine di antologia sul significato di un fiore, sul suo colore: alcuni portano nomi famosi di personaggi del “jet set”, altri sono simboli di umiltà, di nascondimento…
Fiori che esprimono galanteria, fiori che si consumano di fronte ad una icona di famiglia, che sono memoria votiva.
Ma il valore del fiore che sta sia nel gran fascio, nella corbeille, che nel piccolo mazzolino, nel piccolo “bouquet”. È il gesto che parla.
Il fiore ha sedotto la carriera pittorica di Graziella Dotti, capace di spaziare con la sua arte fino alla figura, nel segno come nel modellato,  ma nel fiore si identificano anni e anni di passione,  di contemplazione all’aperto o nel silenzio del suo studio diventato storico e ricco di memorie.
E lo studio si anima, diventa un giardino di fiori recisi, diventano i protagonisti della giornata, illuminati dalla finestra che dà sul paesaggio dell’antica città, sui tetti, sulle terrazze, i campanili, i comignoli…
Sono anch’essi luce.
Fiori e volti umani, mare e cielo, oro e argento sono lì sulla tela che si anima di colori in movimento di un’attrazione irresistibile: è la botanica che si ricerca in mille trasparenze e in spessori matrici, forte di un giallo, di un rosso, di un blu. Porteranno profumo nelle nostre case, allieteranno la nostra giornata, penetreranno la nebbia, ritroveremo la luce oltre la nostalgia. » (Recensione per la mostra antologica presso la Pinacoteca di Pinerolo, 2003)

Carlo Morra: «Graziella Dotti torna alla Galleria “Losano” della sua Pinerolo con un gruppo nutrito di opere recenti, (realizzate tra il 1988 ed il 1990) di pittura e di scultura. Le impressioni sulle opere  esposte, da me visionate in anteprima nel suo studio, confermano quanto argomentavo concludendo la mia nota già citata e cioè che “il discorso pittorico di Graziella Dotti continua a svilupparsi suadente e suggestivo, promettendoci nuove stagioni”: la bella serie di opere presenti in questa rassegna, avrà modo il visitatore di constatarlo, è puntuale testimonianza di quella affermazione.
Bronzee sculture realizzate a cera persa, dipinti a olio, carboncini ed altre tecniche pittoriche sono gli strumenti espressivi utilizzati dall’artista per trasmetterci il suo messaggio. Cominciamo ad accennare alle graziose, vibranti e caratteristiche sculture realizzate in bronzo; bisognerebbe innanzitutto fare un discorso (che sarebbe necessariamente lungo) sull’intero iter tecnico operativo da cui nasce una fusione a cera persa, dalla prima realizzazione dell’opera in plastilina alle successive colature per realizzare il gesso, ritoccato dall’artista, fino alle fasi successive che possono essere la patinatura, oppure la fusione in bronzo dell’opera cui deve ancora seguire la pulitura ed il ritocco finale dell’autore.
Ma soffermiamoci invece ad osservare “l’opera finita”: le tre graziose opere di bronzo rivelano tutta la sua capacità alla resa del tema con grande plasticità e sensibilità interpretativa, sicurezza di esecuzione e “preziosismo” di un mestiere che, per lei, maturatasi alla scuola di un bravissimo maestro quale fu Luigi Aghemo, non ha segreti: basta osservare la splendida “Testa di giovinetta” per renderci conto di trovarci di fonte ad un’opera raffinata, che al tempo stesso suscita tutta la bravura e la sensibilità dell’artista, la quale dà al tema una soluzione certo tradizionale, ma di grande e personale espressività. Lo stesso dicasi per le due altre opere presentate in mostra, cioè il”Cavallino” e “L’ostacolo” in cui è ben reso lo stato di tensione che impegna cavallo e cavaliere nel momento in cui balzano sull’attrezzo.
Se la scultura di Graziella Dotti sembra sottolineare soprattutto la rude sicurezza della stessa artista concilia invece un senso di quiete, di un poetico abbandono, di delicatezza cromatica.
Mi sono lungamente soffermato davanti a queste tele recenti, di paesaggio, di fiori e di nature morte, e devo dire  che, a parer mio, la prima cosa che va sottolineata nel suo modo di far pittura è  la capacità di evolversi in una chiave di singolare coerenza stilistica, di estremo rigore cromatico, di sicura armonizzazione dei toni, delle luci, degli effetti chiaroscurali.
A tematiche che le sembrano particolarmente congeniali, quali i fiori, se ne affiancano di nuove: certi paesaggi pinerolesi, ad esempio, vengono da lei rivisitati con notazione di grande emozione.
Le nature morte riconfermano la capacità espressiva della pittrice per composizioni con strumenti musicali, vecchi lumi e libri assurgono a protagonisti in un’atmosfera calda e suadente.
Le sue figure, invece, splendide, pur seguendo le classiche regole della ritrattistica vengono trattate con una tale carica di sensibilità e calore umano da farne quasi una categoria a sé stante.
I fiori di Graziella Dotti infine, come scrive De Caria (giudizio condivisibile) si ergono (o si adagiano) in un’atmosfera ovattata e direi intimistica che esalta la delicatezza delle cromie, ben precisata nei suoi contorni.» (Catalogo mostra personale presso la galleria “Losano” 1990)

Aldo Rosa: «Come Graziella Dotti vive l’arte di Aghemo. Uno di questi languidi pomeriggi d’autunno sono stato a trovare la pittrice e scultrice Graziella Dotti. È stato un incontro ricco di emozioni e di vibrazioni per la forte personalità dell’artista e per la suggestione di quella splendida casa che fu anche, per vent’anni, la dimora dello scultore Luigi Aghemo.
Varcata la soglia di quella dimora barocca mi sono reso conto di trovarmi in un altro mondo: dalle luminose finestre con chiare tende veneziane si intravedeva il campanile di S. Maurizio, ma era come essere dall’altra parte del mondo. L’atmosfera indicibile di quei saloni dove le ombre, mescolandosi a pennellate di deliziosa luce ottobrina, modellano i gessi del Maestro; i delicati quadri di Graziella con fiori che esplodono in un trionfo di luce, i teneri paesaggi in cui l’autrice cerca di «Rappresentare l’infinito», riuscendoci benissimo: tutto un mondo che si conserva al riparo delle chiassose vie, lontano da luci troppo abbaglianti da discorsi troppo dispersivi.
Mi è sempre piaciuta la gente che vive nel ricordo di qualcuno e Graziella vive nel ricordo di qualcuno e Graziella vive venerando la memoria dello scultore che, ancora oggi, dopo vent’anni di vita in famiglia, chiama: «il Professore». Si vede guardandola, che ha dovuto lottare e anche soffrire per imporsi nel difficile mondo dell’arte e fa piacere notare come un complimento rivolto al suo maestro la soddisfi molto più che un complimento rivolto a se stessa.
Graziella, che non conoscevo, l’ho subito stimata perché ho visto in lei una donna forte e coraggiosa, schiva, dedita alla fatica di creare e lontanissima da tutto quel mondo di compromessi, di marpioneri, di gelosie che spesso caratterizza l’ambiente degli artisti». (L’Eco del Chisone, 22 novembre 1984).

Angelo Mistrangelo: «L’incanto della luce. Nel tenue incanto della luce che permea oggetti e profili e fiori, si rivela e si misura la sensibile esperienza pittorica di Graziella Dotti.
Come da lontani ricordi, come da un universo di immagini riaffioranti in tutta la loro intrinseca bellezza, la sobria e meditata pennellata della Dotti ricompone sulla tela itinerari poetici dove ogni tocco di colore, ogni scansione della linea, ogni piacevole scansione, diviene simbolo di un lento, pensato dialogare con le “cose” che la circondano.
Sono impressioni, annotazioni vissute con estrema dolcezza nel silenzio dello studio di via Silvio Pellico fra volte affrescate e cavalletti, fra l’archetto del violino sul tavolo e la luce che penetra dalle finestre che si aprono su cortili e tetti e l’acciottolato del centro storico di questa Pinerolo lungamente amata.
Vi è in questo ambiente un clima di riposata classicità, vi è un senso di raccolta meditazione, di quiete che sembra pervadere ogni cosa. Nel silenzio emergono impercettibili i segni di trascorse identità, si profilano e si rinnovano incontri ed accadimenti come se fra gessi e bronzetti, teste e medaglie finemente cesellate, ancora si muovesse la figura dello scultore Aghemo che della Dotti fu insigne maestro. Del resto a quell’insegnamento, a quelle giornate trascorse ad osservare l’abilità di Aghemo nel modellare figure vigorose o altre più sinuose e liberty, si è approfondito il gusto della Dotti e si è formata la sua propensione verso una scultura tradizionalmente figurativa.
In questo connubio tra pittura e scultura, in questo “vivere” l’arte come essenza e dimensione umana, in questo ricostruire giorno dopo giorno segrete immagini e pulsanti accensioni cromatiche ritroviamo e riconosciamo la vera identità della Dotti.
Nei suoi dipinti nulla è affidato al caso, all’imponderabile, all’improvvisazione esplodente, ma infatti si avverte il costituirsi di un processo mentale che tutto anima ed al quale tutto viene ricondotto.
La tenera evidenza delle composizioni colloca la Dotti in un ambito di tenui espressioni, di liriche interpretazioni: i vecchi e polverosi libri, le rose abbandonate sul piano, il violino e le figure di donna emergenti da fondi luminosi, costituiscono da sempre il suo linguaggio, gli elementi di un “dire” che si stempera in serene cadenze.
Cadenze che sottolineano la preziosità dei fiori, la diafana bellezza dei nudi femminili, la raccolta intimità degli interni: un mondo che è consuetudine, ma anche sogno, poesia rievocante, musicalità inesplorate.
L’opera di questa pittrice mantiene quindi inalterato il suo rapporto con l’ambiente, con gli itinerari suggeriti da una sensibilità mai appagata dai risultati conseguiti.
Pittrice di fiori – è stato più volte detto – ma soprattutto interprete di sensazioni, di piccoli eventi, di sottili emozioni che l’accompagnano nel tempo. Il fiore – pur dominante – costituisce il tramite, il segnale, il tramite di paragone tra la sua visione e la realtà quotidiana.
È un rifugiarsi nell’incanto di un sogno, di un simbolo, di una luce tenera e morbida che penetra gli oggetti attenuandone i profili, privandoli del loro peso e della loro consistenza.
Graziella Dotti ripropone, in questa personale da “Losano”, il suo amore per un dipingere dai soffusi accenti realistici, per una figurazione che scandisce una dimensione del “vero” che le è congeniale, intensamente voluta, sottratta al fluire anonimo dei giorni in una luce che riscatta l’umanità dell’angoscia del vivere». (Presentazione per la Mostra personale presso la Galleria «Losano», Pinerolo, 27 novembre 1982).

Lino Lazzari: «Con una ricca dose di sensibilità, la pittrice torinese Graziella Dotti che presenta in questi giorni una personale alla Galleria d’arte “Modi”, arricchisce i suoi fiori, tema principale della sua espressione pittorica. Le sue composizioni floreali ben si differenziano da quelle che siamo soliti pensare o vedere anche nei quadri. Graziella Dotti abbandona del tutto l’oggetto contenitore e lascia che i suoi fiori occupino totalmente le campiture del quadro oppure che si inseriscano in costruzioni d’ambiente quali elementi non soltanto d’ornamento. Al contrario i fiori diventano il punto essenziale del discorso, l’oggetto di osservazione nel complesso della natura stessa che in tal modo viene abbellita dal fascino dei colori evanescenti e dalle luci.
L’aspetto luminoso, oltre all’ambientazione logicamente, spesse volte è dimenticato. Il fiore viene ritratto nella sua realtà e Graziella Dotti fa partire la luce dai fiori stessi che, in tal modo, illuminano tutto lo spazio nel quale sono contenuti. Da qui vengono le bellezze cromatiche che la primo istante conquistano l’osservatore nella gamma quasi infinita di un arcobaleno sempre più affascinante. È suggestiva pure la trasparenza dei singoli soggetti. Ogni fiore osservato singolarmente, ha un mondo di fascino tutto suo, da guardare con interesse perché nulla si ripete e nulla fa pensare alla monotonia. C’è pertanto un rincorrersi di fresche espressioni che la pittrice è riuscita a manifestare nella loro piena interezza. Il disegno è libero ma eseguito con precisione, come poi appare in modo più specifico nelle figure, e l’insieme fa davvero pensare ad un mondo di poesia. Assai evidente la mano delicata di una pittrice, che tale intende rimanere con la sua specifica personalità». (L’Eco di Bergamo, Bergamo, 9 marzo 1979).

Mario Marchiando Pacchiola: «Fiori a Bergamo. Ho accolto con molto piacere la notizia della prossima personale di Graziella per due motivi, di cui il primo è conferma della sua ‘misurata vitalità’, in quanto la pittrice sa valutare la portata di una ‘uscita fuori casa’ che richiede impegno e preparazione: valori che da sempre l’hanno fatta emergere sul qualunquismo di molti, sempre pronto a sfondare ad ogni costo, per ogni ‘costo’. Il secondo motivo è la scelta della città, Bergamo a me carissima per quel clima culturale contemporaneo, schietto e signorile che la distingue (sono bergamaschi Manzù, Brolis, Longaretti…), per le amicizie forti e durature, per ciò che la campagna bergamasca ha dato al mondo in questo secolo: la gioia, l’entusiasmo e la speranza cristiana incarnatesi in un prete che farà ancora parlare di sé per tanto tempo e il cui nome Angelo Roncalli è di benedizione e di fiducia per ogni uomo di buona volontà.
Graziella Dotti respirerà tutto questo e la sua pittura non potrà che ricambiare, nella sua gentilezza, l’ossigeno a quanti si accosteranno ai suoi quadri.
“Sui fiori – annota Francesca Coiro Cecchini sul catalogo – la luce, il più impalpabile ed immateriale degli elementi, ricama note tenerissime che l’artista riproduce nelle modulazioni più sottili e preziosi con la precisa volontà di dare il meglio di sé in ogni dipinto e tuttavia senza mai scadere nel freddo perfezionismo accademico”». (L’Eco del Chisone, Pinerolo, 1 marzo 1979).

Francesca Coiro Cecchini: «Non so se Graziella abbia mai letto il verso di Keats che afferma essere, una cosa bella, una gioia per sempre; ma è certo che ella ha da tempo fatto propria questa verità.
L’arte della Dotti, che si presenta per la prima volta al pubblico di Bergamo è infatti una continua ricerca di bellezza che ella, fedele all’insegnamento del suo grande maestro Luigi Aghemo ritrova, senza bisogno di sofismi e di astrazioni, semplicemente nella natura.
Sono soprattutto i fiori con la vaghezza delle loro forme, con la festa dei loro colori, talvolta smaglianti, più spesso delicatamente sfumati, a colpire la sua fantasia ed immateriale degli elementi sottili e preziose con la precisa volontà di dare il meglio di sé in ogni dipinto e tuttavia senza mai scadere nel freddo perfezionamento accademico». (Presentazione per la Mostra Personale Galleria «Modi», Bergamo, marzo 1979).

Mario Marchiando Pacchiola: «Le sue apparizioni in personali e collettive a Torino, in Piemonte e in Liguria, se sono state lusinghiere non sono state frequenti, discreta come essa è nel suo lavoro e nella sua ricerca che aborrisce ogni compiacente pubblicità.
Si mette in luce con un autoritratto una promettente allieva del prof. Aghemo, Graziella Dotti.
La sua è vocazione per una pittura liricamente pura, senza pose e senza drammi, una vocazione per ciò che è bello e trasparente come i suoi fiori, tra il finito della realtà e l’infinito della grazia.
In ‘compagnia dei fiori’, Graziella è lavoratrice appassionata senza presunzione; porta in sé la bella sicurezza di un colore guizzante, apparentemente vitreo per i bianchi, ma canoro sempre.
È suo impegno costante sfuggire a formule per lei diventarte sorpassate, tende alla sostanza, cosciente della propria forza e sincerità; in una parola, possiede il senso buono della onestà artistica, oggi sempre più rara». (Da «Cittadini del mondo, pittori e scultori nella vita pinerolese ’800-’900»).

Maria Rosa Tarolla: «Graziella Dotti allieva delle scultore e orafo Luigi Aghemo da lui ha imparato il perfetto disegno  e la mirabile tecnica del colore: ella vi ha aggiunto il suo romantico modo di vedere la natura e preferibilmente dipinge figure muliebri e fiori.
In gergo pittoresco si dovrebbe parlare di natura morta o di arte figurativa, ma riferendoci alla Dotti dovremmo parlare di natura viva e spiritualità corporea. I suoi fiori hanno il potere di farci allontanare dalla cruda realtà di ogni giorno per avvicinarci maggiormente al fiore, simbolo della natura, della bellezza, della poesia, della femminilità, della sensibilità.
Se i fiori potessero parlare forse Graziella Dotti saprebbe parlare con loro. Ella ne conosce ogni atteggiamento, ne conosce la nascita e la morte; ne conosce le esplosioni del colore e le sfumature più tenui; ne scopre le bellezze più recondite e le prime rughe di vecchiaia. Qualche volta si è così suggestionati dalla loro presenza viva che ne avvertiamo persino i profumi.
Anche le figure di donna, quasi sempre vicino ai fiori riflettono lo stesso sentimento. Sono simboli anche loro, simboli di una virtù, ahimé non più troppo apprezzata ai giorni nostri, la purezza! Queste immagini così diafane, così cristalline che gareggiano con la trasparenza del vetro, qualche volta possono farci fuorviare nel giudizio e presentarci una visione un po’ troppo distaccata e fredda della realtà, ma non dobbiamo trarci in inganno, forse siamo noi che non riusciamo più riconoscere l’aspetto della purezza personificata.
I violini che talora compaione nei suoi quadri, sottolineano, con la loro musica arcana, la tenue trama romantica che pervade l’arte di Graziella Dotti». (Presentazione per la Mostra Personale, Galleria «Volto di S. Luca», Verona, 1 marzo 1978).

Lella Durando: «Poetica femminile. L’esaltazione della poetica femminile. I fiori scelti da Graziella Dotti rivelano le infinite sfumature e la delicata gamma della sensibilità di una donna gentile, con i suoi garbi ed i suoi pudori. Anche nell’esecuzione, nel colore tenue e sfumato il riserbo di un mondo femminile è ancora sottolineato. Composizioni aeree dove il fiore si libera della sua naturale consistenza per diventare solo il simbolo del significato che un bouquet contiene. È un clima per l’esaltazione del sentimento, dell’amore, dell’affetto. L’impalpabilità della raffigurazione, il soggetto teneramente riproposto, dimostrano la forza che l’artista ha utilizzato per realizzarsi tecnicamente. Una forza coerente che non l’allontana dalla fragilità femminile. Trovata la sua chiave espressiva Graziella Dotti l’ha curata ed accarezzata sino a sfociare all’esasperazione della tenuità dell’immagine e alle raffinatezze dell’esecuzione. Le sue opere sono racconti di dolci, tenue emozioni. Sono mondi pacati dove i sentimenti tradizionali mantengono ancora il posto d’onore. Una giovane pittrice che muovendosi ancora con convinzione ed estremo garbo in questa sfera sentimentale ci porta il sapore di una morbida, ovattata, adolescenza che continua». (Tuttosport, Torino, 19 ottobre 1973, personale Galleria Berman).

Francesca Coiro Cecchini: «Il figuratismo classico di Graziella Dotti. Chi intende l’arte esclusivamente come evasione, si trova nelle condizioni meno favorevoli per capire il valore di una pittura come quella di Graziella Dotti il cui tratto più saliente è una precisa volontà di contatto con le cose.
L’artista che considera proprio maestro il grande Luigi Aghemo, si muove nell’ambito di un figurativismo classico che nulla concede all’improvvisazione e si esprime in uno stile sorvegliato, frutto di uno studio lungo e serio e di un impegno costantemente volto ad affinare i mezzi tecnici ed espressivi.
La Dotti lavora volentieri dal vero. Il suo tratto preciso e la sua sensibilità coloristica le consentono di ottenere buoni risultati soprattutto nei fiori – tema prediletto – e nelle figure. Graziella è ritrattista nel senso tradizionale della parola. Dipinge lentamente e coscienziosamente, attenta al particolare, e tuttavia con l’occhio rivolto all’insieme. Non ama le stravaganze, le sottigliezze, il simbolismo poiché è convinta che non servano sottintesi a cogliere la poesia del reale. Predilige i colori tradizionali nelle sfumature più tenui; usa sapientemente il chiaroscuro; «sente» la luce e ne riconosce il ruolo primario nella pittura.
Nell’attuale clima di rinnovato interesse per l’arte e di ritorno al figurativo, penso che questa brava pittrice troverà il terreno favorevole per aggiungere alle passate nuove lusinghiere affermazioni». (L’Eco del Chisone, Pinerolo, 10 ottobre 1975).

Vittorio Bottino: «Abbiamo conosciuta Graziella Dotti nel 1971 nella sua prima personale torinese, e della giovane pinerolese ci colpì soprattutto il modo di ‘offrire’ i fiori: con garbo, con perfetta scelta della composizione, con gli accostamenti sempre avvincenti, con il colore reso in lievitanti contrasti. Ritroviamo oggi, ancora alla Berman l’artista, più matura, più sicura nelle stesse interpretazioni floreali che pur già ebbero largo successo. La materia, se possibile, ha perso alcuni appesantimenti di fondo, diventando più leggera, quasi che i fiori recisi continuassero una loro propria e nuova vita. Ma quello che colpisce di più, nelle opere della Dotti, è la composizione dei fiori, la scelta delle disposizioni tale da infrangere ogni convenzionalità per raggiungere quasi la perfezione. Anche la scala cromatica assume personali diluizioni, modificando sapientemente il verismo della difficile tematica, senza penetrare nell’esaltazione visiva». (Cinema arte sport, Torino, 14 ottobre 1973, personale Galleria Berman).

Carlo Recla: «Il linguaggio dei fiori. È una piacevole mostra di quadri di una pittrice completa, autentica e sensibile, soprattutto di una poetessa delle cose e della natura, dalla invenzione fertile nelle ricerche e nei risultati. Le sue tele sono in massima parte ispirate a motivi floreali dove l’armonico accostamento dei colori tenui e l’essenzialità della pennellata sicura le conferiscono un fascino tutto particolare.
Graziella Dotti ha il pregio, in quest’era pittorica caratterizzata dall’accavallarsi delle tecniche e delle correnti più disparate, di disegnare quello che vede, la realtà pura delle cose; è infatti una romantica la quale, disdegnando nel modo più assoluto il richiamo della modernità e del futurismo, ha preferito, ed a giusta ragione, fare un passo indietro per tornare alla natura, alla poesia, all’autenticità delle visioni e delle immagini. Ma quello che più piace dell’artista di Pinerolo sono i suoi colori così delicati e caldi al bianco puro all’avorio, ai tenui blu e verde ed è proprio per questo motivo che la sua pittura assume un costante significato di romanticismo, di amore verso la natura, dai quali traspare la personalità dell’artista, il prestigio della sua capacità espressiva; le tele diventano tutte un fatto soggettivo, lirico ed una testimonianza di un impegno a continuare una tradizione che non è mai venuta meno pur nell’angoscia e nello sconvolgimento nei quali sembrano essere coinvolti gli artisti di oggi che facilmente si lasciano dominare da impeti e sofferenze talvolta drammatiche.
Graziella Dotti ha dunque il pregio di avere una volontà non comune, soprattutto le idee chiare, il candore degli artisti più puri ancora legati ad un’arte intesa nel vero significato della parola.
Dedizione quindi alla natura ed alla realtà, alla bellezza delle cose ove gli effetti cromatici di colori distribuiti sulla tela con saggezza rilevano la varietà degli aspetti espressivi e del naturalismo di questa pittrice ed artista cha ha tutti gli ingredienti necessari per rendere il doveroso omaggio che si deve alla buona pittura, lirica e poetica insieme.» (Presentazione per la Mostra Personale «Pro Loco Ronzone», Val di Non, 10 luglio 1972).

Raul J. Martell De Françoise: «Graziella Dotti non scende a compromessi; per lei la realtà è una sola: quella visibile, contenuta nello spazio, nei colori, tangibile con mano, lontana insomma dalle illusioni; anche se contenente la poesia di sogno.
È, la sua, una pittura romantica, un ravvicinamento, o meglio, un recupero alla fitta e composta rete delle cromie naturali; è una testimonianza di valido ed assiduo impegno, ove la tradizione del mezzo espressivo non è mai unicamente un richiamo, ma il tramite per instaurare un rapporto apertamente conversativo con chi ama la natura.» (Presentazione per la Mostra Personale Galleria «Les Chances de l’Art», Bolzano, 27 maggio 1972).

L. Brizio: «“Noncurante del gravoso handicap, Graziella supera di slancio il folto gruppo dei concorrenti ed affronta la retta d’arrivo con molte chances di vittoria”.
È vero: sembra la cronaca di una corsa di cavalli, questa sintetica descrizione dell’iter pittorico di Graziella Dotti.
Una pittrice… e l’hadicap sta tutto in quella desinenza femminile. Ma… la sua tecnica è eccellente.
Sia nella composizione, sia nella distribuzione dei volumi, il discorso è classico, perfino un po’ troppo accademico.
Non si ricerca l’inquetante con il mezzo ormai veto del sovvertimento dei canoni fondamentali (ciò che, alla fin fine, superato il momento della gratitudine masochistica per lo stress subito, lascia sempre un po’ d’amaro…); la Dotti si presenta subito con credenziali serie, vorremmo dire, con le carte in regola.
Quello che ci vuol dire, e se riesca a dircelo, lo esamineremo tra poco.
La forma espressiva deve essere definita impeccabile.
Notiamo, nell’avvicinarsi al nocciolo di questo bel frutto, un’eleganza che sa molto di una ripresa di gusto gozzaniano, se pur sfrondata dalle scorie che in correnti neofigurativo sono trascinate dietro dal passato senza sufficiente critica. Ci pare che Graziella Dotti riproponga, a livello esteriore, le parti significative di un discorso alla Boldini con una sapiente misura che le consente di evitare la reliquia in se.
Ci auguriamo che lo studio (evidente) del mezzo espressivo, così solidamente condotto, sia continuato dalla Dotti anche indipendentemente dal tema principale della sua attività, in quanto abbiamo la netta impressione che esso possa riserbarci altre gradite sorprese.
Ma veniamo «al dunque».
Da impalpabili fondali, colorati di nostalgia, si formano (e li vediamo nell’atto di formarsi; non già staticamente definiti) dei fiori e dei sogni.
I colori si muovono con l’incantata lentezza dei vapori nascenti, e divengono oggetti; oggetti fantastici quali i fiori ed i sogni.
Dalla nebbia del ricordo, con una «messa a fuoco» progressiva, si raggruma e si definisce dolorosamente e con pudorem un’immagine che ha vita propria. Ma il suo «tempo» non è il tempo reale.
È un tempo ora passato, al quale Graziella ci consente di accedere, in violazione alla ferrea reglola dell’esistenza materiale. Non ci accorgiamo di guardare «ora» un’immagine che «aveva» vita. Bensì, ci sentiamo trasferiti al tempo dell’immagine. Il movimento dei colori ha una svelatura pudica ed intensa. Il contesto ci porta nel mondo della parapsicologia.
L’aggettivo che spesso si accompagna a comportamenti di tale intensità è «morboso». Ma non vi è nulla di morboso nel discorso che Graziella Dotti ci propone. Sulle strutture incorporee, sui fiori ectoplasmici, sembra che sia passato un fresco vento a toglierne gli umori malati, senza asciugarne la morbida delicatezza.
E questa impressione di intima pulizia ci è data dall’assoluta assenza di compiangimento.
Non si indugi di comodo su frasi ad effetto.
Graziella Dotti ci apare impossibilitata a rifiutare di condividere con noi una qualità soprannaturale, che innegabilemente possiede, e che consiste forse appunto nel suo potere di rivivere vite trascorse; e che tale costrizione le sia dolorosa, se pure essenziale.
È capace di dare, come solo una donna può.» (Presentazione per la Mostra Personale, Galleria «De Carbonesi», Bologna, 8 aprile 1972).

Jacky Giordanengo: «Peintre intimiste, cette jeune femme accorde sa peinture romantique à une expression de doucer et de délicatesse par les tons rose bleutés dont elle eveloppe ses bouquetes.
A l’opposé de l’abstrait, Graziella Dotti subit un rêve où l’harmonie de ses compositions savantes est alliée au décor subtil qui entoure ses oeuvres.
Exposant à la Galerie d’Art, avenue des Phocéens à Nice, peut-être verrons-nous à Paris ses toiles qui feront revivre bioen des souvenirs embaumés empreints de mélancolie aux amoreux des beautés de la nature.» (La Légion Violette 1969, Paris).

Carlo Morra: «Ci sembra non siano necessarie troppe parole per illustrare il modo di far pittura della giovane pinerolese: è un modo piano ed immediato di parlare all’osservatore, che si nutre di una solida preparazione tecnica e si avvale di un bagaglio artistico-culturale veramente notevole.
Ma accanto a questo c’è tutta la sensibilità dell’artista, pittrice e donna insieme, che guarda le cose con amore e con sereno abbandono. Da questa sensibilità e da questo lirismo nascono i suoi fiori, i suoi volti, le sue nature morte ed i suoi paesaggi; ma con il passare del tempo, Graziella Dotti che già ammirammo per la lievità di tocco della sua pennellata, per la luce diffusa delle sue cromie, per la soave delicatezza nel trattare la figura, si è arricchita di nuove qualità tecniche: la pennellata è più decisa, secca e nervosa, l’ispirazione non mostra tentennamenti, la tematica si svolge a nuovi accostamenti. I soggetti sono costruiti con assoluta padronanza e nascono accanto sempre più evidenti i secondi piani, con figurette appena delineate, i toni assumono talora una nota più squillante, il tutto si smorza in campiture che si fanno evanescenti e ricreano una atmosfera ricca di poesia.
Graziella Dotti è giunta insomma a cogliere i primi frutti della sua estate artistica e promette ricerche e riustlati di grandissimo interesse e di grande validità, frutto di una passione per l’arte coltivata con costanza e serietà.» (Presentazione per la Mostra Personale, Galleria «La Cornice», Fossano, ottobre 1970).

Giovanni Masoero: «Per questa giovane Artista, allieva di un grande maestro come è lo scultore e pittore Luigi Aghemo occorre fare un discorso a parte. Raramente abbiamo nella nostra non breve vita di critico militante e di attento visitatore di mostre, incontrato una pittura «personale» come quella della Dotti. Le esperienze di varia estrazione sono filtrate ed assimilate da questa giovane artista, che riesce a mettere tanta disinvolta essenzialità nei fiori e nei suoi ritratti da imporsi nettamente tra la pietoria di quei pittori che cercano il nuovo senza sapere essere veramente originali, il facile effetto senza conoscere le alchimie della tecnica e – fine ultimo – il successo senza una seria e coscienziosa preparazione culturale, necessaria affinatrice di ogni naturale propensione per l’arte. Se gli sviluppi ulteriori di questa giovane pittrice – come siamo certi – confermeranno le attuali promesse, di Graziella Dotti sentiremo in avvenire parlare e vedremo altre opere degne del temperamento pittorico di questa ottima pittrice e della personalità del suo grande maestro». («Giornale del Sindacato» «Pittori e Scultori», Liguria, marzo 1969)

Paolo Tosel: «Nell’attuale florilegio di rappresentanti del sesso gentile che si dedicano, con varia ed alterna fortuna, alle belle arti, va progressivamente affermandosi una brava artista piemontese qual è Graziella Dotti.
Dopo aver partecipato, con meritato successo, a numerose mostre collettive, ed essersi clamorosamente affermata con due «personali» allestite l’anno scorso a Spotorno e Fossano, non ha saputo sottrarsi all’attrazione esercitata su di lei dal capoluogo della fiorita riviera.
Oltre a numerosi e ben elaborati quadri nei quali fastosi o modesti fiori compongono variopinte armonie di svariate tonalità, a Sanremo ha anche portato ariosi paesaggi, azzeccate composizioni e scene di ambiente, nonché alcuni ben elaborati ritratti che ne dimostrano il non comune ecclettismo. I suoi tempi preferiti sono i fiori ed i ritratti del mondo piccino nei quali infonde la massima grazia ed espressione.
Figlia di un esperto artigiano pinerolese del marmo, Graziella Dotti è stata ed è tuttora una fra le più distinte allieve del prof. Luigi Aghemo, una eminete figura di poliedrico artista che, sulla soglia dei suoi verdi 85 anni, continua a scolpire, modellare, cesellare e dipingere opere egregie. Di tale alto insegnamento ha soltanto assimilato la parte essenziale e nella sua produzione si abbandona unicamente alla innata sensibilità che la caratterizza; si esprime così in modo personale senza lasciarsi influenzare da nessuna tendenza.
Pur appartenendo alle ultime leve dell’arte, la Nostra si può ascrivere alla corrente figurativa; le sue opere, nitide, sincere e di gradevole effetto, rispecchiano la limpidità del suo sguardo e sono caratterizzate da uno spirito di autentica poesia». (Presentazione per la Mostra Personale, Galleria «La Tavolozza», Sanremo, febbraio 1969).

Carlo Giordano: «Sarà così concesso agli amatori d’arte pinerolesi di vedere il risultato artistico veramente notevole raggiunto dalla giovane prediletta allieva del professor Aghemo.
La pittura della Dotti risente sensibilmente della tecnica del maestro, ma la sua realizzazione più libera in un notevole gioco di luci ed ombre la rende fresca e luminosa e anche sensibilemente romantica. Non potrebbe essere d’altronde altrimenti trattandosi di una giovane signorina che ha certamente il cuore pieno di tante cose che erompono quasi come un inno gioioso.
Nel lento e ripensato ritorno al figurativismo che tanto impegna ora gli artisti contemporanei la fresca composizione di questa abile artista convince, soprattutto nei fiori, dove l’interpretazione è più libera e dove manca la preoccupazione di una eccessiva aderenza alla realtà che costituisce indubbiamnte una remora per qualsiasi artista.
Parleremo ancora, più ampiamente, di questa interessante mostra ci preme ora soltanto additarla alla attenzione dei pinerolesi anche perché si tratta di una pinerolese che deve perciò essere incoraggiata e sostenuta.» (Il Corriere Alpino, marzo 1966 – Personale Galleria Rege-Santiano)

Paolo Tosel: «La Galleria Rege-Santiano ospita dal 26 marzo 1966 un certo numero di «ritratti e fiori» dovuti all’aggraziato pennello e al gusto raffinato di Graziella Dotti, giovane allieva del rinomato scultore prof. Aghemo.
Graziella Dotti ha un istinto pittorico sicuro, che si estrinseca specialmente nella finezza e dellicatezza della linea; nella selezione originale dei toni cromatici e – difetto o virtù – nella corposa valutazione della obiettività rappresentata, con un senso quasi scultorio del motivo prescelto, come se il maestro Aghemo avesse in lei inoculato una sottile potenza scultoria. Ma il particolare è lungi dal nuocere all’eleganza del risultato pittorico. Auguriamo alla giovane pittrice, una ascesa progressiva nelle sue ricerche artistiche, non senza obliare che la scuola e la costanza di apprendimento possono sviluppare le natie e spiccate doti di rappresentazione figurale e poetica». (L’Eco del Chisone, 31 marzo 1966)

Francesco De Caria: «Graziella Dotti si presenta ancora, in questa occasione, presso la galleria pinerolese «Losano», in qualità di pittrice. Qualche pezzo, tuttavia, ci ricorda la sua attività di scultrice, allieva di Luigi Aghemo, che in casa Dotti ha trascorso gli ultimi anni della sua esistenza ed ha lasciato moltissime opere, oltre che ferri e cavalletti, che, nel suggestivo salone dove sono in massima parte accolti, evocano l’atmosfera di uno studio dell’Accademia.
In questo salone dalle pareti affrescate, ma si può dire, in tutta l’abitazione settecentesca di via Silvio Pellico, lo sguardo si muove non tra oggetti che appartengono alla realtà naturale, oggettiva, ma alla sfera mentale, attrezzi che rimandano alla attività creatrice dell’Artista. Questa atmosfera mentale caratterizza l’opera pittorica di Graziella Dotti, che, come dimostra validamente l’attuale mostra, presenta la vitalità di chi non si ferma ad un’espressione, che pur le ha portato fortuna e l’ha resa notra fra il pubblico. L’attuale manifestazione, infatti, evidenzia suggestive novità nella visione della pittrice. Nella produzione precedente, gli oggetti, soprattutto fiori, compaiono come immagini evocate dalla mente, nel ricordo, dai contorni che si fondono con l’atmosfera che le sommerge, dominata da tenui tonalità rosate o azzurre, immagini sviluppate sul piano, senza forti contrasti. Ora i fiori erompono dal fondo caratterizzato da tonalità metalliche, più scure, conquistando una terza dimensione nel primo piano, che stacca in modo violento, dal punto di vista del colore, dallo sfondo e che è caratterizzato da particolari e profili precisi, che poi sfumano nei piani retrostanti.
L’oggetto si affaccia alla mente con una nettezza ed una evidenza spesso inquietanti. Alla suggestione della evocazione di fantasmi interiori che traducevano gli impulsi dati dalla relatà sensibile, che caratterizzava la produzione precedente, si aggiunge la suggestione dell’inquietante urgere di tali immagini, che non intendono più restare al di là dello schermo, del velo, ma esigono che questo sia squarciato, esigono che con esse si prenda contatto: ed ecco lo sguardo indagatore sul primo piano, petalo per petalo, sfumatura per sfumatura, linea per linea, come se in quelle forme e in quei colori si scrutasse qualcosa di ben più profondo. Ed è la funzione della poesia, dell’arte quella di scrutare più in là, oltre; non è certo quella di consolare, come puro ornamento.
I fiori, siano essi singoli o in mazzo, o piante in un vaso, sono costantemente presentati come «soli» in un ambiente senza caratterstiche, quasi indistino: e troppa è la suggestione di questa «solitudine» per non essere carica di significati, per non evocare la solitudine dell’Artista dalla quali si esprime, come un fiore, la pesia; poesia profonda, ricerca, ribadisco. Prorpio le opere qui presentate fugano ogni dubbio sul valore di sofferta ricerca della produzione della Dotti.
Riguardo agli splendidi pesaggio presenti in mostra, credo che in essi la ricerca della pittrice percorra altre strade. Se li si confronta ancora con paesaggi datati 1982, si nota una ulteriore ricerca di sintesi, e non tanto sintesi di forme, quanto sintesi tra immagine sensibile ed emozioni e sensazione che essa evoca. In questi paesaggi, caratterizzati da vigorose pennellate, spesso materiche, da sapienti colpi di punta che incidono lo strato di colore, si esprimono eneria, senso della profondità dello spazio e, verso un Infinito, che, in effetti, l’artista afferma di cercare.
Il velo, ancora una volta velo mentale, che si frappone fra lo spettatore e la visione è qui magma da cui si generano le forme frammiste a quanto esse evocano, è visione che si muove, si organizza, si dissolve, si fissa. È comunque una visione al di qua o al di là dello schermo della realtà sensibile, frutto della mente che scruta, guidata da un animo che «sente», e sente profondamente». (Torino, 6 ottobre 1986)

Donatella Taverna: «Se potrebbe apparire facile, comprensibile, un po’ fragile, la Pittura di fiori è invece, se nella sua matura pienezza, una delle più ardue da realizzare, ed offre ad una analisi appena un poco attena, una ricchezza di simoli e di valori: è certo il caso della pittura di fiori di Graziella Dotti, analisi affascinante di se stessa e del mondo, indagine sul Vero, tentativo di stabilire un rapporto, quasi un dialogo fra conosciuto e inconoscibile. Il recente mutarsi dei colori e dei mezzi figurativi che ha caratterizzato questa artista ne è una spia inquietante.
Né mai delude l’esame approfondito e articolato d’ogni singola opera di questo gruppo, ancor più che non la pur vigorosa ed espressiva scultura, di validissimi paesaggi, conturbanti sintesi di infinito.» (Torino, 6 ottobre 1986).